I fiori del Tibisco (Rubbettino Editore, 2006)

 Una perla di memoria affiora alla mente di Giorgio, un inquieto uomo ancora giovane ma già giunto ai vertici della propria carriera di dirigente. Ed è subito un tuffo nel buio dei ricordi: «Quando aveva scelto, senza preavviso, di abbandonare il mondo tumultuoso che lo aveva portato in giro per l’Europa senza mai dargli il tempo nemmeno di fermarsi a pensare, aveva colto tutti di sorpresa. Ancora giovane, al massimo della carriera, quella decisione era sembrata un salto verso l’ignoto». Poi i ricordi incalzano, una dopo l’altra le perle infilzano una collana di ricordi, e il presente scolora nel passato senza mai, però, cedergli il passo: un’altalena avvincente di concreto senso del presente e di dolce sapore di quel che è stato. Squarci o scaglie di passato che, nel descrivere fatti, eventi e uomini, restituiscono insieme il quadro di una zona d’Italia, di un tempo appena trascorso, di una società in uscita dal mondo rurale. Tracce di storia nel solco breve della personale memoria di un uomo che, oggi, fa i conti con il “suo” ieri e disegna, intanto, il passato di ognuno.

Dante Marianacci: “I fiori del Tibisco” discorsi e disarmonie di un narratore inquieto di Francesco Marroni

Dante Marianacci: “I fiori del Tibisco” discorsi e disarmonie di un narratore inquieto di Francesco Marroni Con il romanzo I fiori del Tibisco Dante Marianacci continua la sua ricerca letteraria collocandosi su una linea in cui passato e futuro, nostalgia e desiderio, immobilità ed erranza costituiscono, in un inestricabile viluppo di sentimenti dissonanti e tensioni contraddittorie, le tappe obbligate del suo percorso di narratore. Si tratta di una peculiarità tematica che già s’individuava chiaramente nella sua prima prova, I cloni di Mr. Bond*, in cui la vena creativa di Marianacci dava vita a un personaggio che, per molti aspetti, anticipava gli irrequieti itinerari e l’esistenza frammentata del protagonista dei Fiori del Tibisco . Se è del tutto naturale che fra i due romanzi si definiscano gli spazi simbolici di un comune sentire, qui va comunque detto come la presentazione di una stessa genealogia di intellettuale sia ulteriormente sottolineata da una serie di analogie geografiche. È un percorso di immagini che, ne sono convinto, risulta sotteso da una ben più radicata cartografia sentimentale, da un paesaggio interiore che accomuna il destino di Federico dei Cloni di Mr. Bond a quello del Giorgio del nuovo romanzo. Ma, inutile rimarcarlo, ogni opera circola, corre e agisce su binari del tutto autonomi, per cui l’individuazione di convergenze psico-comportamentali e di affinità diegetico-topologiche non esaurisce il percorso della lettura, anche se può fungere da stimolo esegetico per più complessi quadri macrotestuali. Vero è che l’unicità e l’autosufficienza del testo artistico sono la garanzia della sua sopravvivenza.

Passando a I fiori del Tibisco , credo che il titolo meriti una spiegazione preliminare. Il Tibisco (in ungherese, Tisza) è un fiume che, attraversando l’Ungheria, conclude la sua possente corsa come tributario del Danubio. Sulle sue sponde sorge Szeged (Seghedino), la seconda città magiara per importanza, dove appunto il protagonista scoprirà il segreto dei fiori del Tibisco. Quindi, la prima associazione è tra il fiume e la città magiara a sud di Budapest. Per ora, per quanto attiene al titolo del romanzo, sia sufficiente registrare il rimando a un corso d’acqua, con tutte le implicazioni ungarettiane che i nomi dei fiumi hanno per Dante Marianacci. Il quale già come poeta, non di rado, ha evocato grandi città d’Europa e le loro vie d’acqua – il Liffey a Dublino, il Danubio a Budapest e Bratislava, la Moldava a Praga, il Tamigi a Londra – come parte della sua esperienza umana e professionale. In questo senso, I fiori del Tibisco non smentiscono la “fluvialità” dell’autore – l’epigrafe da una poesia di Sándor Petöfi (1823-1849) offre un preciso suggerimento di lettura: “Come un pazzo che ha infranto le catene / il Tibisco irrompeva sul piano: / urlava, mugghiava, spezzava le dighe; / voleva divorare la terra”. Che cosa rimarrebbe del romanzo senza il Tibisco e la sua epifania dei “fiori”? Alcuni anni fa Luzi scriveva della raccolta di poesie Signori del vento : “Marianacci ha fatto tesoro di tutto: luoghi, paesi, poeti di cui è intimamente e variamente nutrito, facendo anche di loro, come di se stesso, amorevole leggenda”*. Una volta definito il ruolo cruciale assunto dallo spazio inteso come mobilità e disseminazione dell’essere, è lecito porsi alcune domande. Che tipo di romanzo è I fiori del Tibisco ? Quali il suo colore prevalente e la sua tonalità? Che modello di mondo veicola al lettore? Scritto con una prosa asciutta e vigilata, più attenta a calibrare la singola frase che a inseguire improbabili funambolismi linguistici, I fiori del Tibisco potrebbe essere definito un romanzo della rimemorazione e del ritorno. Infatti, mentre costruisce la scena della fuga, mentre allestisce il palcoscenico su cui si agitano le traiettorie di un’esistenza sempre in movimento, il narratore – e con lui il protagonista – proietta lo sguardo verso le tappe cruciali del suo passato. Dopo un’esistenza senza fissa dimora, dopo un disegno esistenziale fatto di segmenti di vita e di provvisorietà, Giorgio capisce che è giunto il momento di fermarsi, di fermarsi per riflettere e capire.

Di qui il viaggio alla ricerca delle radici da parte di un protagonista che, paradossalmente, va à rebours proprio mentre è ancora intento a costruire il suo futuro, con tutte le incertezze e le sorprese che la vita ci riserva. Un intellettuale che, tuttavia, potrà dare un senso alla sua vita solo se riuscirà nella sua impresa mnestica – nello scavo nel passato per ricavarne tutto quello che è necessario per la sua autoindividuazione, per il suo autoriconoscimento in un presente in cui i referenti sono coperti dalle nebbie di una densa confusione interiore. In questo ritorno all’archè famigliare, all’archè psico-formativa, il protagonista percorre le tappe fondamentali della sua vita, le lezioni etico-culturali e socio-comportamentali che hanno caratterizzato i suoi anni formativi. Sarebbe, e questo va detto subito, alquanto riduttivo e fuorviante definire I fiori del Tibisco un romanzo di formazione, il racconto di una Bildung . Dante Marianacci ha costruito qualcosa che va oltre tutto questo. In realtà, dietro l’inseguimento delle radici, dietro ogni singola scena della memoria, vi è l’urgenza di un io che aspira a pervenire a un punto di approdo che significhi anche e soprattutto un orizzonte di valori in grado di promettergli la realizzazione di sé. E la fine del suo irrequieto nomadismo esteriore e interiore. Cos’è la geografia europea di Dante Marianacci se non una sequenza di luoghi della mente? L’altrove costituisce un fascino incredibile per Giorgio. E, dal Marco Polo delle Città invisibili , ci giunge una risposta folgorante: “L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà”*. Non è un caso allora che, in ogni luogo in cui approda, l’intellettuale dialoghi e si confronti con un’altra cultura, sempre nella vana speranza e nell’attesa che questo confronto risolva i suoi dilemmi. Fra passato e presente, fra verità interiore e riti dell’ufficialità istituzionale, fra il bambino che osserva abbagliato i fuochi d’artificio e l’adulto che sempre sulla via di un iterato disincanto, fra le colline e le convalli natie e le sterminate plaghe della puszta ungherese, fra il mondo che non è più e quello che invece dovrebbe e vorrebbe essere. Sulla base di tali tensioni confliggenti, la narrazione si dipana seguendo un preciso disegno strutturale. L’incipit mette in moto lo scarto, la differenza rispetto al corso normale delle cose. Il protagonista compie una scelta che significa per la sua vita un’inversione di rotta. È ovvio: una scelta forte è quasi sempre il risultato di una crisi, di un travaglio.

Si cambia totalmente per cercare una nuova totalità, una nuova visione del mondo. I primi due paragrafi del romanzo tematizzano questo desiderio di renovatio :

Giorgio stava cercando, nel disordine della sua biblioteca, una giustificazione letteraria a quel terribile stato di torpore in cui era caduto, un’assuefazione generata dall’abitudine a ripetere gesti e pensieri, riducendo al minimo il suo modo di vivere. Gesti che avevano quasi completamente addormentato le sue facoltà, come se l’abitudine dettasse legge sulla sua vita.

Quando aveva scelto, senza preavviso, di abbandonare il mondo tumultuoso che lo aveva portato in giro per l’Europa senza mai dargli il tempo nemmeno di fermarsi a pensare, ave-va colto tutti di sorpresa. Ancora giovane, al massimo della carriera, quella decisione era sembrata un salto verso l’ignoto (p. 7)*.

Al “disordine della sua biblioteca” corrisponde specularmente “il mondo tumultuoso” in cui Giorgio è stato coinvolto fino a quel momento: disordine interiore (quello dello spazio dedicato ai libri – spazio chiuso, spazio intimo) e disordine esteriore. Vale a dire una vita vorticosa in cui l’assenza di momenti di sosta, le affastellate liste degli impegni vogliono dire assenza di pensiero, incapacità di essere presente a se stesso, di guardarsi dentro – il fuori prevale sul dentro. Per cui, quando di colpo il protagonista scopre questa terribile verità, non può che scegliere un’altra strada, una nuova traiettoria, anche se la decisione porta con sé un rischio, cioè “un salto verso l’ignoto”. Tuttavia, Giorgio sa che non è verso l’ignoto che sta dirigendo i suoi passi. L’epifania – “una specie di illuminazione” – che risveglia Giorgio dal lungo sonno si chiama Il ratto d’Europa di Paolo Veronese**:

Si era svegliato di soprassalto e nel buio gli era apparsa davanti agli occhi l’immagine di una donna raffigurata in un dipinto di Veronese, o a lui attribuito, che s’intitola “Il ratto d’Europa”. Quella donna era uscita dal quadro e si era materializzata in un volto familiare. I seni, i movimenti del corpo, il sorriso gli avevano ricordato una consueta materialità. Anche il toro, quel toro possente e avido lo aveva spinto nel ricordo a tempi lontanissimi (p. 7).

Per qualche stranissima associazione di idee, il toro del dipinto suggerisce a Giorgio le scene della sua infanzia, i luoghi e i volti della sua innocente scoperta delle cose, la terra e i paesaggi che hanno segnato la sua vita. Una volta accolto l’indizio, una volta decodificata la rivelazione improvvisa, il protagonista parte alla ricerca di qualcosa che acquista per lui un valore vitale. La svolta è improvvisa – i suoi impegni, ancorché importantissimi (la firma di un protocollo di intesa con l’Ungheria da parte del Ministro dei Beni Culturali), diventano ben poca cosa. L’unica scelta che interessa Giorgio è l’attuazione della fuga – tutto il resto non ha valore alcuno. È da questo momento in poi che comincia, dopo tanto viaggiare, il vero viaggio dell’intellettuale che desidera lasciarsi alle spalle una appiccicosa sensazione di mortalità per conquistarsi uno spazio diverso, uno spazio di autenticità. Si sa, gli esseri umani vivono di illusioni: il nóstos non è solo un’operazione geografica. Non si tratta solo di tornare a casa, si tratta invece di entrare in un tempo diverso, in un ritmo che non ha nulla della frenesia di un intellettuale che è un po’ manager e un po’ poeta. Giorgio scopre ben presto un altro tipo di angoscia, forse più dolorosa di quella che ha cercato di lasciarsi alle spalle: “Ora le notti sembravano interminabili. Quando c’era un po’ di vento s’udiva un leggero fruscio delle foglie dei rami delle querce secolari attorno alla casa […] Tutto questo non lo faceva dormire e sempre più spesso passava buona parte della notte a pensare, a far finta di pensare” (p. 9). Il trasferimento nella terra natia non sortisce miracoli nell’immediato, ma solo quando le stanze della memoria – una dopo l’altra – cominciano ad aprirsi, lo spazio dell’infanzia acquista il significato di una liberazione dal peso del presente. Ed è nell’episodio della roccia – il punto segreto da cui da bambino osservava il reale – che scorgiamo la ricerca ossessiva del nucleo identitario primario. Ed è qui che riconosciamo lo sguardo cruciale del poeta che ambisce a ricostruire l’innocenza, a partire dal suo punto di vista sul mondo originario: “Quella era stata la sua pietra della poesia, il suo primo palcoscenico della vita. Da quel pulpito aveva letto i suoi primi versi, da lì aveva tentato i suoi primi discorsi […]” (pp. 11-12). La roccia è comunque parte della casa natale, una sorta di prolungamento esoterico – ed è innegabile, come scrive Gaston Bachelard nella Poetica dello spazio : “La casa è […] il nostro angolo del mondo, è […] il nostro primo universo”*. Parte dalla casa il viaggio del protagonista verso il passato: “Quasi ossessivamente Giorgio cominciò a scavare nella memoria, dentro di sé e nel passato di quel luogo, nella sua infanzia e nella sua adolescenza. Forse lì era il bandolo della matassa” (p. 18). Su questo viaggio fatto di ricordi si innesta molto spesso la voce narrante dei più anziani – ed è come se la memoria del protagonista si estendesse indietro oltre il suo limite, memoria su memoria . Alla fine del primo capitolo non è più Giorgio a parlare ma il mondo di chi ha vissuto prima di lui.

Ogni singolo capitolo mostra il tentativo di riattualizzare il passato nel presente: non semplice operazione memoriale, ma un vero e proprio innesto, la ricerca di una continuità che significhi salvezza – un modo di unire i segmenti e ricostituire la figura intera. Non è importante qui dire in che modo Marianacci dipana la sua storia, in che modo Giorgio scopre se stesso e i nodi cruciali del suo passato nella sua regressione – nel suo pellegrinaggio fra le cose che erano e che non possono essere più. Quello che importa invece è che Giorgio alla fine ritorna alla sua frenetica attività di manager intellettuale poeta – ai protocolli dell’ufficialità e al sentimento di un orizzonte umano in cui la poesia è ancora possibile. Il Giorgio dell’epilogo è apparentemente lo stesso Giorgio dell’inizio: con le sue insonnie, con le tappe forzate dei suoi impegni di rappresentanza, i suoi incontri con presidenti della repubblica e premi nobel della letteratura, con la sua biblioteca in disordine. Eppure no: fra il Giorgio incipitario e quello dell’explicit vi è una differenza sostanziale. Adesso il confronto con il passato ha avuto luogo, il tentativo è stato compiuto, e, soprattutto, adesso vi sono i fiori del Tibisco. Ecco la spiegazione del titolo, nelle parole di Mariana, una ragazza con cui il protagonista condivide il piacere della scoperta entomologica:

“[…] L’Effimera, per esempio, che è la specie di insetto che io ho studiato, vive solo poche ore. Prende nomi diversi a seconda dei vari paesi o fiumi. Ora è del tutto scomparso, soprattutto a causa dell’inquinamento delle acque. Resiste solo una specie che si riproduce nel mese di giugno lungo il fiume Tibisco. Lì li chiamano “fiori del Tibisco”, mentre in inglese si chiama May’s Fly. Quest’anno ho deciso di andarci sul Tibisco, per vederli da vicino questi insetti. Mi hanno detto che è emozionantissimo. Mi ha invitato un professore dell’Università di Szeged con il quale sono stata in corrispondenza mentre scrivevo la tesi. C’è perfino un’associazione che si chiama Fiori del Tibisco, ma non è a Szeged, è un’altra città che il Tibisco attraversa. Credo che si chiami Szolnok” (p. 104).

Alla luce della ricchezza dei richiami intertestuali , I fiori del Tibisco è anche e in primo luogo un itinerario letterario nel quale, come accadeva anche per I cloni di Mr. Bond , ci è dato di riconoscere i grandi paesaggi della letteratura europea. A parte i versi di Petöfi, il primo autore ad essere citato è Proust: “Un libro di Proust, era questo che cercava. O di Balzac?” (p. 8). Qui, parlando di memoria, il riferimento a Proust è un indizio più che significativo – anche se, nella fattispecie, il narratore colloca il nome a fianco di quello di Balzac, che è il vero autore dell’aforisma riportato subito dopo: “[…] molti suicidi si sono fermati sulla soglia della morte per il ricordo del caffè dove vanno tutte le sere a fare la loro partita a domino” (p. 8)*. La frase che s’insinua fra le maglie testuali è dall’ultimo e più amaro romanzo di Balzac, Le cousin Pons (1846-47). Sono parole, queste, che dialogano intimamente con la citazione che chiude il romanzo, tratta dal dramma di Imre Madach, L’umana tragedia . Il suggerimento che giunge da Marianacci appare chiaro: il passaggio è dalla Comédie humaine balzachiana all’umana tragedia di Madach.

Fuor di metafora, il rischio che corre Giorgio è quello di trasformare la sua vita in un percorso tragico – ma non sarà così. In qualche modo una nuova consapevolezza lo salverà: “Radi fiocchi di neve scendevano dal cielo accarezzando i lampioni sul lungofiume di Pest e la bandierina in cima alla grande cupola del Nuovo Parlamento s’agitava freneticamente. Il Danubio era imbronciato e il quartiere del Castello, in cima alla collina, incominciava lentamente ad imbiancarsi, Giorgio tornò in un lampo alle colline della sua infanzia e alla casa e ai libri da cui era dissennatamente fuggito” (p. 114). Il passato e il presente sembrano miracolosamente congiunti dalla neve che, cadendo sul paesaggio ungherese e quello abruzzese della sua infanzia, tutto smussa e tutto rende più soffice, meno spigoloso e insopportabile – l’immagine è quella di una unità possibile, di un ricongiungimento dei frammenti disseminati della vita. Come accade nell’epilogo del racconto The Dead di James Joyce, il candore della neve pare restituire al personaggio l’epifania di uno sguardo altruistico sul mondo – uno sguardo lontano da rancori, capace di riconoscere i propri errori e i propri peccati, senza omettere di enfatizzare i valori altrui.

Vero è che leggere I fiori del Tibisco significa anche confrontarsi con l’Irlanda di James Joyce e con i luoghi joyciani per eccellenza – dalle strade di Dublino alla Torre Martello: “Ripensò a un giorno in cui Bertha l’aveva portato in macchina in giro per Dublino, facendogli vedere, una ad una, tutte la case in cui Joyce aveva abitato” (p. 106). Questa è l’atmosfera che il romanzo trasmette a chi sa seguire i movimenti del protagonista: un’atmosfera intensamente letteraria. Nei Fiori del Tibisco si narra la scena di una letteratura che si fa vita, e di una vita che si fa letteratura: “Come Joyce aveva fatto con Dublino, affermando che se la sua città fosse stata distrutta, avrebbero potuto ricostruirla attraverso i suoi libri, così lui avrebbe voluto fare di quei paesi, di quelle colline, di quelle valli, di quei monti, che gli apparivano sempre più vicini, di quella gente e delle tante storie che aveva sentito raccontare dai vecchi e che si stavano irrimediabilmente perdendo” (p. 18). Non solo sul piano topologico, ma anche su quello tematico le risonanze joyciane non mancano mai. Come nell’episodio della Sandycove Tower, in cui l’incontro con Bertha significa la scoperta del corpo di lei, della sua corporeità fatta di sesso potenziale: “[…] a lui, ingozzato e mezzo brillo com’era, era venuto un desiderio improvviso e spudoratamente aveva farneticato col pensiero che l’avrebbe volentieri posseduta lì, sdraiandola su quel baule pieno di cianfrusaglie di cui Joyce si era servito durante le sue peregrinazioni” (p. 22)*. Un’enfasi particolare va posta sul termine peregrinazioni ove l’io narrante, in un chiaro processo di immedesimazione con lo scrittore irlandese, si autodefinisce come viator europeo, condannato a vivere la condizione di eterno nomade sulle strade dell’arte e della letteratura. Come i fiumi, tutto fluisce e nulla può essere ripetuto, nessuna scena può essere rivissuta e revisionata, se non nei termini precari di una rimemorazione fluttuante.

Rimanendo sul territorio delle suggestioni letterarie, va detto che i capitoli otto e nove sono fra i più intensi e poetici del romanzo. Ricordando la madre, il narratore, senza mai scadere nel melodrammatico, coglie il segno di un affetto che, con il passare degli anni, pare aumentare a dismisura, in parte alimentandosi a un senso di colpa – anche questo di derivazione joyciana – che nel tempo diviene sempre più radicato e difficile da superare: “Ora che tu, madre / non sei più al mio fianco / nei pensieri più forte è il distacco / e sento il peso degli anni / e un vuoto che incombe minaccioso” (p. 49). Il ricordo della figura materna assume una connotazione di assolutezza che la colloca fuori dalle coordinate del tempo e dello spazio. Infatti, la personalità che si staglia fra le nebbie del paesaggio dell’infanzia configura il punto in cui tutto confluisce e tutto addensa in una sorta di finale rivelazione ontologica.

Dopo l’influenza di Joyce, qui non possiamo non ricordare una serie di riferimenti montaliani, espressi nella forma indiretta di una sensibilità creativa che sa filtrare le letture su cui ha fondato il suo rapporto con la letteratura: “Per prima cosa era stato bonificato il pozzo. Anche se vi aveva fatto impiantare un motorino che pompava l’acqua, la vecchia carrucola cigolante era rimasta e gli ricordava Montale ogni volta che tirava su il secchio ricolmo. Lui però nel pozzo non si specchiava perché la sua profondità lo impressionava” (p. 12). Lo scrittore, in questo caso, non teme di mettere in primo piano la sua ammirazione per il Montale degli Ossi di Seppia*, indicandoci al tempo stesso uno dei referenti culturali di una generazione di intellettuali che nei versi montaliani riconobbe il proprio male di vivere, il disagio e il disincanto di chi ormai crede in pochissime cose, in approdi precari e incerti.

Molto potremmo dire sulle influenze e sugli echi che agiscono sotto la superficie testuale. Potremmo citare Gabriele d’Annunzio e il paesaggio marino della costa abruzzese. Potremmo citare anche quei poeti e quei narratori che più direttamente hanno trasmesso a Marianacci il piacere di trovare la parola giusta, la ricerca attenta del suono che sa descrivere l’evento, il senso di uno scavo nel profondo della lingua italiana per liberarla dalle pastoie di cliché e frasi fatte. Ed è su tale linea che, concludendo questa mia proposta di lettura, s’innestano le belle pagine dedicate alla passione lessicografica, all’attaccamento di Giorgio al suo Dizionario Palazzi. Come si mostra in più punti del romanzo, il Palazzi diviene il luogo ove scoprire il piacere di una conoscenza intesa come padronanza della parola, dominio sul linguaggio che significa esprimere il proprio rapporto con la realtà attraverso l’esattezza e il rigore. Di qui una strategia della precisione lessematica che la narrazione documenta grazie al vocabolario iponimo adottato da Marianacci, che mai omette di chiamare un albero, un fiore o un uccello con il nome giusto, con il termine che sa descrivere con esattezza l’oggetto.

Leggendo I fiori del Tibisco , si ha la sensazione che Marianacci uomo voglia suggerirci che in fondo Marianacci narratore viene sempre prima, e che, nella loro dialettica, l’uno e l’altro sono piegati all’inesorabile legge di un inseguimento senza fine – l’uomo insegue il narratore, mentre il narratore insegue l’uomo. La differenza tra le due anime è facile da focalizzare: mentre l’uomo desiste e mai s’illude di ritrovare una qualche forma di persistenza del passato, il narratore – e con lui anche il poeta – si abbandona a un’illusione fantasmatizzante, a una deriva del sentire in cui il nuovo viaggio intrapreso si confonde con un ritorno a casa. Ed è in questo viaggiare lontano fatto di continui sguardi retrospettivi che la narrativa di Marianacci ambisce a darsi come “amorevole leggenda”.

Francesco Marroni

*Dante Marianacci, I cloni di Mr. Bond , prefazione di Dacia Maraini, Roma, L’Airone Editrice, 2004.

*Mario Luzi, Introduzione a Signori del vento/Lords of the Wind , Chieti, Edizioni Noubs, 2002, p. 6.

*Italo Calvino, Le città invisibili , Torino, Einaudi, 1983, p. 35.

*Dante Marianacci, I fiori del Tibisco , Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2006, p. 7. Tutti i riferimenti successivi saranno dati nel testo, con l’indicazione della pagina ** Il dipinto, conservato presso il Palazzo Ducale di Venezia, fu eseguito intorno al 1580 su commissione di Jacopo Contarini. Della tela esiste anche una replica – eseguita dallo stesso Veronese con la collaborazione della bottega – che si trova nei Musei Capitolini, a Roma.

*Gaston Bachelard, La poetica dello spazio , Bari, Dedalo, 1975, p. 32.

*È, questa, la massima che chiude il capitolo IV intitolato “Dove si vede che un favore non è sempre ricambiato”.

*Come lo stesso Marianacci ha confessato a chi scrive, gli stessi nomi vogliono essere un omaggio indiretto a James Joyce: il nome della moglie del protagonista, Gretta, – moglie da cui in effetti è separato – rinvia al racconto joyciano The Dead (I morti). La moglie del protagonista, Gabriel Conroy, si chiama appunto Gretta. Del resto, anche l’adozione del nome Giorgio si costituisce come “citazione” joyciana, se è vero che questo era il nome che Joyce diede al figlio nella sua versione italiana. Come ricorda John McCourt, “[…] James [Joyce] chiamerà suo figlio Giorgio in memoria del fratello [George]”, che era morto prematuramente di peritonite il 3 marzo 1902 (John McCourt, James Joyce: gli anni di Bloom , Milano, Mondadori, 2004, p. 47).

*Qui vale la pena riportare per intero il componimento montaliano: “Cigola la carrucola nel pozzo, / l’acqua sale alla luce e vi si fonde. / Trema un ricordo nel ricolmo secchio, / nel puro cerchio un’immagine ride. / Accosto il volto a evanescenti labbri: / si deforma il passato, si fa vecchio, / appartiene ad un altro… // Ah che già stride / la ruota, ti ridona all’atro fondo, / visione, una distanza ci divide” (Eugenio Montale, Tutte le poesie , a cura di Giorgio Zampa, Milano, Mondadori, 2000, p. 47).

Recensione di Maria Lenti

Dante Marianacci, I fiori del Tibisco, Soveria Mannelli, Rubbettino 2006, pp.120, euro 6. Un punto non tiene, in un giorno della vita, e si è invasi dal sogno di ieri o da un altrove. L’oggi viene assorbito dall’istinto della fuga, cioè della libertà. Il lampo apre il ricordo: la sua forza determina la riuscita o non riuscita del sogno lontano, del pensato, del soppesato perché il sogno si realizzasse. Il punto illuminante è, nella narrativa, lo scatto del romanzo per antonomasia del secolo scorso, anche del romanzo di formazione, come appare essere I fiori del Tibisco. Nel quale, però,emerge, direi timidamente e in ogni caso da scoprire tra un accenno iniziale (concentrato nel quadro “Il ratto d’Europa”, di Veronese e la conclusione del libro) un altro livello: le radici europee da coltivare, ancora. Dante Marianacci, – poeta di vari libri – alla sua seconda prova in prosa, profondo conoscitore e studioso (per amore e per i suoi incarichi negli istituti italiani di cultura all’estero) della letteratura della Mitteleuropa (o dell’area anglosassone) che ha informato di sé il Novecento anche italiano, tenta con I fiori del Tibisco una strada impervia, in sé scivolosa, almeno in potenza: sulla visione improvvisa de “Il ratto d’Europa” del Veronese, il suo retrocedere avviene nell’infanzia e nell’adolescenza abruzzese, in cui il pane e il vino sono pane e vino, come le persone, gli animali, le vicende sentimentali: ossia hanno l’autenticità della vita che si costruisce con la vita stessa, e in cui la cultura, da acquisire, il diverso retaggio rispetto alla provenienza, si trova nei libri e nelle aule scolastiche. Dalle prime scoperte, le canoniche (i turbamenti sessuali, le incertezze sentimentali, il sentire sottile nelle relazioni, l’impegnativa offerta di sé, con una poesia, alla professoressa di italiano), all’università, al sogno di occuparsi di cose culturali e di vedere i paesi, di cui si sono studiate le lingue, in forza dell’amore culturale. Proprio e degli altri. Per un ulteriore affondo dentro una comunità, storico-culturale, calata nelle origini. Per dare un volto ad un senso di dover essere non solo per me. Per un oltre che si determina anche attraverso le ragazze-donne avvicinate dal protagonista, assaporate con una innata mitezza e con un altrettanto mite rifiuto di farsi oggetto o soggetto di un impegno meno provvisorio dei viaggi di studio. I quali, non è un paradosso, sono la sua stabilità. Malgrado ciò e come magari ci si aspetterebbe, il protagonista non resta solo: una precaria delle poste, l’annuncio del libro in uscita di una donna che ha amato, gli fanno scegliere ancora di non restare solo, benché la solitudine sia la condizione esistenziale, di un vivere non imposto (dagli altri o dalle circostanze). Giorgio e poi… la nonna, la madre, Berta, Marianna, la salvatrice forse: dentro una memoria viva e non compiaciuta: il tempo perduto, infatti, non è stato tempo perso, non si è perso nei vuoti. Perché Europa rapita? Perché è amata tanto da non poterla abbandonare. I fiori del Tibisco, fiume ungherese che nasce dai Carpazi e si insinua subito nella pianura finendo nel Danubio, ricatturano Giorgio. Il protagonista torna lì da dove era fuggito, il cuore dell’Europa per esserne ancora nutrito e per riconoscerne la vitalità, attratto dalla Budapest delle rive del Danubio, in faccia al Castello dei ricordi e delle ombre lunghe; in un lavoro che prevede, a breve, visite in cui l’ufficialità non cede il passo alla routine, e giornate il cui tessuto richiede il lascito di segni-semi. Per il sé, per l’oltre da sé, come è accaduto nel tempo trascorso, negli impegni in altri luoghi. Adesso il Tibisco pretende i suoi fiori: il ritorno per vederli di nuovo, per continuare a piantarne in un’Europa da non gettare.

Maria Lenti

Recensione di Carmen Salvo

D. Marianacci, I fiori del Tibisco, Rubbettino 2006 Ho cominciato a leggere I fiori del Tibisco incuriosita dal titolo e sollecitata dalla garbata, ma esplicita richiesta dell’autore di aiutarlo a “correggere le bozze”, un’impresa estenuante e che lascia sempre scarsamente soddisfatti. Da qualche settimana mi trovavo nella capitale magiara per un soggiorno di lavoro e poiché sono una lettrice appassionata ed “onnivora” – nonostante il mestiere di storica mi abbia spesso portato a privilegiare una prosa scientifica ricca di note e di eruditi riferimenti archivistici e bibliografici – mi sono subito sentita sicura di potere soddisfare la richiesta in breve tempo. Del resto come sottrarsi all’indiscutibile fascino di una lettura in anteprima di quello che sembrava essere il volo pindarico di un colto diplomatico che attraverso la suggestione letteraria, in un testo intriso di ricordi e fantasie, affida alla scrittura l’eterno palpitante desiderio di ogni uomo e di ogni donna e cioè di potere curare la propria inquieta anima? La prosa di Dante Marianacci è piana, esercitata, ma il suo bisogno di dar corpo ad emozioni profonde riordinandole e governandole attraverso la parola scritta appare autentico e cattura l’interesse del lettore coinvolgendolo in una lettura non banale. Esiste un tempo per combattere e un tempo per amare, esiste un tempo per pensare. E l’entomologia diventa un pretesto per parlare del senso della vita e dei sentimenti umani. Alcune specie di insetti vivono solo poche ore eppure anche se il loro ciclo dura un arco così breve hanno compiuto il loro tempo. “I fiori del Tibisco” appartengono a questa categoria “effimera” eppur “fondante”. Gli appartenenti a questa rara specie – che a causa dell’inquinamento è ormai quasi del tutto sparita, ma sopravvive sulle rive del Tibisco – sono in grado di donarci ancora una magia indescrivibile e reale, Ah, quanto contraddittorie e così poco bastevoli dei più veri e reconditi significati appaiono adesso le parole e quante sorprese riserva l’apparente monotonia della Grande Pianura ungherese nel riportare alla vita l’annoiato e stressato protagonista del romanzo! “Milioni di piccoli tesserini alati si erano materializzati dal nulla, sbocciati come fiori, e ora ronzavano e s’inseguivano vorticosamente sull’acqua disegnando stravaganti traiettorie (…) Non era in fondo quella grande nuvola sospesa una metafora della vita dell’uomo nell’immenso mare dell’universo? E non erano forse quegli squadroni luminescenti di maschi famelici e di femmine in calore la metafora della grande lussuria del mondo? Il destino di quei milioni e milioni di insetti sarebbe stato di morire di lì a poco, di affogare nell’acqua dopo il godimento con le femmine che avrebbero lasciato cadere nell’acqua come ultimo atto, le uova destinate a un nuovo e lungo processo di vita”. E come nella “Marcia dei pinguini”, il bellissimo documentario sui mammiferi del circolo artico recentemente e meritatamente premiato, ancora una volta attraverso l’anello del re Salomone, riusciamo a leggere nel comportamento del mondo animale la chiave per interpretare i nostri più profondi bisogni, per capire il nostro contraddittorio modo di essere umani e, soprattutto, riuscire a lenire le ferite dell’ anima. Nel racconto autobiografico la memoria febbrilmente romantica di Giorgio è costellata di emozioni contraddittorie. Le pagine sono attraversate da una teoria di personaggi familiari e non che sfilano tratteggiando un mondo arcaico vicino e lontano. Nel ricordo dell’insonne protagonista si confondono passato e presente, una carriera brillante in giro per il mondo e il bisogno di isolarsi tornando alla terra, alla “sua” terra, quell’antica, impervia, italica provincia che egli assume ad eterno simbolo di una periferia che ha smarrito il proprio centro, l’archetipo di un mondo interiore che Giorgio ha sempre portato dentro di sé. Ma è tempo di tornare alla realtà: dagli amplessi furiosi all’“anima arida”, dalle sponde del Tibisco agli impegni istituzionali e ai palazzi di Budapest sia pure con la segreta speranza che a lenire l’umana tragedia provveda il cuore di una giovinetta ove albergano ancora “i pregiudizi, la santa poesia e l’intatta purezza di un fiore”.

Carmen Salvo

Presentazione di Fulvio Senardi

Sabato 7 ottobre, nelle sale dell’Antico caffè San Marco di Trieste, e in presenza di un folto pubblico, viene presentato il romanzo di Dante Marianacci I fiori del Tibisco ; alla conclusione dell’intervento di Cristina Benussi, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea al Dipartimento di letterature straniere, comparatistica, studi culturali dell’Università di Trieste, prende la parola Fulvio Senardi, collaboratore del Dipartimento di italianistica dell’Università di Pécs: Buonasera, ringrazio innanzitutto Cristina Benussi per questa bella lezione di letteratura da cui noi, io, abbiamo imparato tante cose. Vorrei cominciare aggiungendo ai due “santi protettori” in campo letterario citati da Cristina Benussi a proposito del romanzo di Dante Marianacci, I fiori del Tibisco, ovvero a Balzac e Proust, un terzo nome che mi sembra particolarmente pertinente, e immagino che abbiate già intuito di chi si tratti, pensando all’Abruzzo e al nome del protagonista del romanzo, Giorgio, indicazioni in fondo abbastanza chiare. Ma prima di tirar fuori dal cilindro questo scomodo e stupefacente personaggio, vorrei premettere un’altra cosa per far capire dove vada a parare il mio discorso: io credo che ogni tappa della letteratura, come per esempio questo romanzo dalla accattivante leggibilità e dalla ricchissima trama intertestuale, rappresenti, per così dire, un anello di passaggio all’interno del continuum della tradizione culturale; dialoga con il passato, lo reinterpreta, lo fa proprio, e poi ne ritrasmette verso il futuro forme, contenuti, valori, pronto a misurarsi con ciò che verrà, con nuovi scrittori e nuovi lettori che di quella tappa faranno punto di partenza per nuovi “giochi” intertestuali, dove il termine è inteso ovviamente nel senso più serio, per nuove prese di coscienza, per nuovi guizzi di creatività. Detto questo, cito quel nome che ho tenuto fin’ora in tasca, e che è ovviamente quello di Gabriele D’Annunzio che mi pare il terzo o forse il primo dei numi tutelari di questo libro, se vogliamo attenerci a una gerarchia relativa all’importanza della traccia culturale lasciata in esso di ciascuno di loro. Ma proprio, e senza ombra di dubbio, D’Annunzio? Beh, si tratta in effetti di qualcosa di più di un’ipotesi, visti i luoghi dove Marianacci ambienta il suo libro, Francavilla al Mare, il retroterra abruzzese, che è poi il luogo da cui è iniziata la splendida avventura di Gabriele D’Annunzio; quasi una certezza anzi se consideriamo certi segnali più espliciti: e sono riferimenti che vanno messi in rilievo, come per esempio il fatto che a metà libro circa si trovi la citazione di una poesia di Gabriele D’Annunzio in dialetto abruzzese, di cui io non sapevo l’esistenza e che sarebbe bello, lancio qui un invito al nostro ospite Dante Marianacci, sentirla leggere da lui con l’accento giusto nel dialetto giusto, ma oltre a questo mi pare assai significativa la scelta di dare al proprio alter ego il nome di Giorgio. Ora, i romanzi di D’Annunzio sono un po’ passati di moda, ma probabilmente se non altro per le letture scolastiche tutti ricorderete che Giorgio, Giorgio Aurispa per l’esattezza, è il protagonista del Trionfo della morte, uno dei libri più interessanti di D’Annunzio e che racconta una vicenda strettamente legata alla storia del personaggio messo in scena da Dante Marianacci, ovvero la storia di uno scacco esistenziale, di un momento di paralisi intima che non può in alcun modo risolversi. Il nodo si scioglierà nel romanzo di D’Annunzio, e qui Marianacci, a suo merito, si distacca quasi con segreta polemica nei confronti di quella falsa riga, nel modo più tremendo e più autodistruttivo, perché Giorgio decide di gettarsi con la donna di cui è invaghito ma della cui sensualità si sente prigioniero e umiliato, da una rupe, e lì cade quella frase straordinaria che nessun lettore di D’Annunzio ha certo dimenticato “e precipitarono nella morte avvinti”. Ora, come ho anticipato, il romanzo di Marianacci si conclude in modo del tutto diverso e per una importante ragione che vorrei sottolineare; ma prima preferirei ancora insistere su questa, ai miei occhi, evidente intertestualità dannunziana, che mi pare fitta, fine e brillantemente studiata. Per riassumere: abbiamo un personaggio, Giorgio, che potrebbe essere una controfigura o un’incarnazione moderna di Giorgio Aurispa, e cosa sceglie di fare in un momento di crisi esistenziale, in un momento in cui la sua vita sembra diventata un novembre triste e piovoso, come dice il personaggio-narratore del Moby Dick all’inizio di un libro che credo essere assai caro ad un anglista come Marianacci? Si ritira nel luogo d’origine, nel luogo dove può ritrovare la propria infanzia, come ha spiegato benissimo anche con riferimenti psicoanalitici Cristina Benussi, cercando di riconquistare, lì dove si sono intrecciati tanti fili della sua esistenza, quelle forze che la vita gli ha tolto, per poter ricominciare ad agire nel contesto dove ha scelto di operare; una torsione dell’intreccio che rivela, di nuovo, ombreggiature dannunziane: che non vanno soltanto nella direzione di Giorgio Aurispa, che effettivamente si ritira in terra d’Abruzzo, nel tentativo di liberarsi dalla prigionia sensuale in cui Ippolita lo tiene magicamente intricato, ma anche verso un personaggio precedente dello scrittore di cui parliamo, quello che nell’immaginario collettivo tutti leghiamo a Gabriele D’Annunzio come suo eroe più rappresentativo, cioè ad Andrea Sperelli che si costruisce, la formula è sua, un buen retiro nel palazzo Zuccari a Roma, proprio nella zona più bella della città, la scalinata di Piazza di Spagna, e là si ritira a vivere tra sogni d’arte e sensualità e chimerici vagheggiamenti. Ora, questo chiudersi in sé per poter poi ripartire presenta anche il pericolo di sigillarsi all’interno di un mondo fittizio fatto di arte bellezza sensualità ricordi, e questo è in realtà il rischio che corre anche il protagonista messo in scena da Dante Marianacci, quel Giorgio che abbiamo visto assomigliare così tanto ad un personaggio importante della letteratura italiana, un fondatore anzi, per quanto riguarda la categoria dell’inettitudine: ecco allora il Giorgio, diciamo italo-ungherese costruire intorno a sé una prigione fatata, una specie di gabbia dorata, che impreziosisce, e qui mi pare di cogliere anche una punta ironica di Marianacci nei confronti della nostra modernità così frivola e banale, che impreziosisce, dicevo, non come usava fare Andrea Sperelli contornandosi di oggetti d’arte di meravigliosa fattura ma, per esempio, attrezzando una straordinaria palestra fornita di tutti gli aggeggi più perfezionati e più moderni, in una sorta di narcisistico culto della propria forma fisica. Ora voi vi chiederete, riesce chiudendosi in questo castello fatato e meraviglioso che però ha le radici nella terra natia, riesce il Giorgio di Marianacci a riscattarsi dalla sua paralisi? In realtà si caccia in vicolo cieco dal quale non c’è uscita apparente, come non c’era per Giorgio Aurispa, il quale, ricorderete, vorrebbe riuscire ad impregnarsi delle energie primigenie della sua terra – è l’episodio famosissimo del pellegrinaggio al santuario di Casalbordino – ma si ritrae in se stesso al contatto col popolo, disgustato, come si addice a un vero esteta, dal suo primitivismo. La fuoruscita dalle nevrosi, quel salutare scossone che salva il Giorgio di Marianacci dal destino del suo archetipo, viene provocata da un intervento dall’esterno, cioè da una ragazza, Marianna, che fa scattare, ma positivamente in questo contesto, il corto circuito fra vita ed eros su cui anche D’Annunzio giocava le sue carte, ma per proporci dei risultati nichilistici ed autodistruttivi, la morte della coppia Giorgio-Ippolita, morte cupa e disperata, e non certo trionfale nel segno dell’amore come quella di Tristano e Isotta, alla quale pure D’Annunzio, wagneriano convinto, mostra di ispirarsi. Ora, grazie a questo intervento dal di fuori, a questa fanciulla che porta la fresca vitalità della sua giovinezza nella gabbia dorata dove il Giorgio italungherese accarezza le sue inerzie, grazie a questa fanciulla, dicevo, rilkiano angelo-messaggero, Giorgio potrà vivere una straordinaria esperienza panica. E qui entra in gioco, in questo romanzo abilmente intessuto di echi, un altro importantissimo archetipo letterario della cultura otto-novecentesca, un archetipo che caratterizza il momento romantico e post-romantico della storia letteraria e culturale europea, la stagione in cui maggiormente gli uomini, in primo luogo gli intellettuali e i letterati, hanno sentito in modo dolorosamente angoscioso la scissione che li separava dalla natura e il bisogno, siamo nell’epoca della rivoluzione industriale, di riconquistare in qualche modo la dimensione cosmica, di ricreare positivamente quei legami che rendono l’uomo parte di un tutto, molecola che vive e palpita armoniosamente con l’universo: l’impetuoso sviluppo economico ottocentesco stava strappando l’umanità europea da consuetudini di vita secolari, facendone, in termini potremmo dire storici e metafisici, una massa di sradicati, e rendendo così possibile, anzi indispensabile, quella grande poesia di nostalgia della natura che vediamo realizzata da Leopardi, Wordsworth e infinite altre voci. Ora, c’è una straordinaria scena nel romanzo di Marianacci, che verrà poi letta da Titti Bisutti, che descrive il momento in cui Giorgio si immerge in una dimensione panica e ne viene in qualche modo guarito per poi rinascere ad un senso della vita nuovo, superando quella paralisi e quelle crisi che l’avevano imprigionato in una ipocondria apparentemente senza sbocchi. Quello che è interessante in tutto ciò, secondo me, è il tipo di torsione che Marianacci impone a questo snodo di vicende. Se noi consideriamo alcune versioni letterarie dell’archetipo antropologico forse prima che culturale del panismo, cioè del contatto quasi osmotico uomo-natura, vediamo che molto spesso questo rapporto, quando si crea, impedisce poi all’eroe di riprendere la sua posizione nel mondo, di ricominciare cioè ad operare come homo faber nella società: anzi, quest’attimo di assoluto finisce spesso per far scoppiare dentro di lui delle contraddizioni che rischiano di condurlo o a vivere in una dimensione assolutamente falsa e mistificata, fino a sentirsi cioè una specie di uomo-dio, oppure addirittura verso la distruzione. Pensiamo per esempio alla Pioggia nel pineto che forse è l’esempio più emblematico e più caratteristico di perdita degli orizzonti dell’umano per diventare parte della natura, “virenti” dice D’Annunzio, come gli alberi del pineto; D’Annunzio vive l’esperienza con la sua compagna, allora amava la Duse , e, personaggio sempre un po’ sopra le righe nella sua straordinarietà, ne esce esaltato nella sua dimensione superumana, rimettendosi sulla rotta, come diceva lui, di una vita inimitabile; ed è tutt’altro registro di quello quotidiano nel quale noi, persone ahimè assolutamente normali, dobbiamo accontentarci di vivere. Caso assolutamente specifico ed eccezionale, quindi; ma se pensiamo ad altre esperienze paniche raccontateci dagli scrittori, io ho in mente per esempio un paio di romanzi che certo Marianacci conosce, vediamo come spesso il rapporto mistico-partecipativo con la natura vissuto in contrapposizione alla normalità della vita borghese finisca per risultare distruttivo. C’è un piccolo splendido romanzo giovanile di Hermann Hesse, forse ancora poco noto, che si chiama Klein e Wagner , e che si conclude proprio con il suicidio del protagonista che, scegliendo la morte, e qui entra in gioco anche Schopenhauer, vede l’unica e l’ultima soluzione per poter rientrare all’interno di quel flusso cosmico di cui la natura è la manifestazione più ovvia. Ma poi c’è un altro romanzo, e forse non sbaglio a credere che Marianacci, ottimo anglista, l’abbia tenuto presente, ed è il capolavoro di Forster, Passage to India , libro che voi conoscete o di cui avrete visto la splendida trascrizione filmica qualche anno fa nelle sale italiane. Lì un medico musulmano indiano Haziz e una fanciulla inglese, con tutta la pruderie e le reticenze delle collegiali, si trovano a vivere insieme una esperienza straordinaria in una grotta di una regione indiana, dove le grotte hanno un valore rituale, sono ricoperte di affreschi meravigliosi che inneggiano alla vita e all’amore, e questa esperienza panica che li unisce per un momento, creando quindi un drammatico malinteso, li renderà poi incapaci in futuro di vivere normalmente la loro esistenza proprio perché, potremmo dire, hanno sfiorato l’assoluto e da quel contatto seppur effimero e fugace ne sono usciti irrimediabilmente consumati. Mi pare che l’abilità e l’intelligenza della scelta di Marianacci sia quella invece di far emergere non solo indenne dall’esperienza panica il suo personaggio “in crisi” ma di renderlo poi capace, grazie a quella esperienza (sentirete il passo letto da Titti Bisutti), di riprendere il suo posto nel mondo, ridandogli insomma la voglia di lottare, di essere se stesso, accettando perfino quelle fastidiose somatizzazioni che è il prezzo che tutti paghiamo per l’efficienza; così, oltre a raccontarci una vicenda psicologica ed esistenziale, Marianacci va a cifrare il destino meraviglioso e nello stesso tempo amaro dell’uomo occidentale, che è un homo faber , e in quanto tale un essere nella cui interiorità il senso di realtà ahimé, altri diranno per fortuna, trionfa sempre sui sogni, sulla fantasia, sulla tentazione panica, proponendo una conclusione che, per stringere il discorso, emana quasi una sorta di respiro malinconico e agrodolce su quella che è la sorte della civiltà occidentale, condannata a cercare un rapporto con la natura, con quel Tutto da cui si aliena nella sua enfasi produttiva e consumistica, e tuttavia incapace di cessare di essere costruttiva, attiva e trasformatrice – almeno quanto distruttrice – nel senso appunto dell’homo faber, dell’uomo faustiano di cui dicevo prima. Ora, non so se Marianacci si riconosce in questa mia lettura – d’altronde Montale diceva che i critici sbagliavano sempre e i critici rispondono con altrettanta ironia che lo scrittore quando scrive è come posseduto da una forza che lo trascende, rendendolo inconsapevole delle scoperte che sta facendo. Mi pare, per giungere al nocciolo, che nel percorso che Marianacci ci ha proposto raccontando la paralisi e poi la riconquista di una vita vera e completa attraverso l’esperienza panica del suo Giorgio italo-ungherese stia l’interesse e la novità di questo libro che si misura con alcuni archetipi, con alcuni grandi miti della cultura letteraria che sono anche pietre miliari della coscienza di sé della civiltà occidentale, come è andata chiarendosi nel corso dell’Ottocento e del Novecento; mostrandoci una strada, ma che non è solo trionfale perché Marianacci è perfettamente consapevole di come pesi sull’uomo occidentale, sulla nostra cultura, sulla nostra civiltà, la crisi che ci ha allontanato dalla natura, che ci fa sì costruttori ma che ci rende anche, nello stesso tempo, creature tormentate da una mancanza lacerante, angeli in esilio: ricordate quello che scriveva Wordsworth in una delle sue liriche più belle, stesa nei pressi di Tintern Abbey? That time is past, e intende il momento dell’infanzia, del rapporto diretto armonioso partecipe con la natura, and all its aching joys are now no more. Ma tenace, forse folle, l’uomo occidentale va avanti, affronta le stelle, modifica i cromosomi, sfida la stessa legge della morte – ed è questa probabilmente la ragione che del romanzo di Marianacci, in fondo una sorta di allegoria del peccato originale della nostra civiltà, fa una riflessione molto speciale e parecchio tagliente sul destino dell’uomo europeo, sia in senso storico-antropologico che più specificamente esistenziale.

Fulvio Senardi

 

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