Adorján-Kiss Tibor – (I fiori del Tibisco)

Adorján-Kiss Tibor:
I fiori del Tibisco

Per avviccinarci gradualmente all’opera narrativa di Dante Marianacci è possibile cominciare dalla lettura di un noto romanzo ungherese, che tratta gli stessi temi del libro in oggetto, ovvero errare onirico nei paesaggi italiani per trovare risposte a domande non ancora formulate, per scavare nei ricordi dell’infanzia e in quelli di un’adolescenza serena, ma piena di dubbi. Il romanzo di riferimento che ci offre un aggancio al libro di Marianacci è l’opera di Antal Szerb, intitolata Il viaggiatore e il chiaro di luna (Utas és holdvilág, Edizioni e/o, Roma, 1996), la quale, in modo simile tratta la ricerca dell’identità di colui che si sente smarrito nel suo presente ed è oberato dai suoi obblighi professionali e personali. Per trovare sé stesso si dà alla fuga, lontano dalla gente in una Italia arcaica, rurale e solitaria. Il protagonista di Szerb, dopo essere stato sull’orlo del baratro, è costretto a tornare alla realtà; un ritorno che, per quanto duro, risulta necessario. E per lui l’abbandono della “magica” Italia e il ritorno alla “razionale” Ungheria è l’unico destino possibile. Esistono numerosi punti in comune che possiamo riscontrare tra i due romanzi, come ad esempio la solitudine arbitraria del protagonista, le brevi esperienze sentimenali che rappresentano delle tappe simboliche nell’evoluzione psicologica del cammino della vita, e i paesi dove sono state ambientate le vicende (l’Italia e l’Ungheria). Tuttavia vorrei richiamare l’attenzione all’apparente autobiografismo che sta alla base dei fatti descritti, ma che non trova espressione sul piano linguistico. L’autore, pur usando l’ingannevole terza persona (singolare), e la figura di Giorgio, ci dà l’impressione di leggere un romanzo in prima persona direttamente trascritto in terza persona; l’ottica con cui descrive gli avvenimenti è di chi ha il ruolo di tipo addetto culturale. Probabilmente proviene da qui la cornice della storia (il primo e il diciannovesimo capitolo del romanzo) che descrive la vita malinconica del direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Budapest, che è anche nella realtà lo scrittore del libro. I ricordi del protagonista dell’infanzia trascorsa negli Abruzzi fanno pensare quindi allo scrittore stesso, rendendo più difficile al lettore separare gli elementi autobiografici da quelli fittizi. A mio avviso si tratta, oltre che di un astuto gioco letterario, in cui gli elementi reali e di finzione vengono intrecciati con lo scopo di ricreare una realtà possibile e credibile per mettere in forma scritta il passato personale, anche di un resoconto culturale dell’autore che diventa più visibile a metà del romanzo.

In questo punto, dopo che il protagonista ha trovato in soffitta una cassetta piena di ricordi del suo passato, dal punto di vista grammaticale il narratore sceglie la narrazione in prima persona, come se riportasse semplicemente le frasi di un diario. A questo proposito va citato il romanzo illustrato di Umberto Eco, intitolato La misteriosa fiamma della regina Loana (Bompiani, Milano, 2004.) che propone lo stesso metodo per ricavare i ricordi che riguardano un passato comune. Qui il semiologo Eco, sotto la maschera del protagonista Giambattista Bodoni, che – dopo un ictus – perde la memoria autobiografica e conserva quella semantica, investiga il suo passato nelle scatole – fatte dal nonno antiquario e collezionista – che nascondono i ricordi di un secolo intero e di una vita dimenticata. In realtà non fa altro che realizzare una specie di viaggio verso le sue origini, e nel corso del suo resoconto psicologico riporta i residui della sua formazione culturale. Ciò che è comune in entrambi i romanzi è anche uno degli aspetti più interessanti del romanzo di Marianacci: nel corso della rimembranza influenzata da impressioni e umori, saltando liberamente avanti e indietro nel passato, crea i momenti dell’intertestualità facendo cenno alle opere di vari autori. In questo modo vengono citati scrittori assai cari a noialtri ungheresi come Petőfi, Márai, oppure Madách, ma la lista degli autori stranieri rimarrà sempre comunque imponente con i nomi di d’Annunzio, Joyce, Proust e Balzac. Cosí il romanzo assume anche un ruolo metanarrativo e i testi di riferimento indicano i limiti dello spazio possibile di quell’universo letterario in cui l’autore preferirebbe collocare l’opera. La citazione iniziale (una strofa di Petőfi) e quella conclusiva (alcune frasi della Tragedia umana di Madách) indubbiamente fanno parte di questo gioco letterario che l’autore offre ai suoi lettori. Quanto il lettore ingenuo sia pronto ad accorgersi di questi momenti, non si sa, ma il libro risulta comunque interessante anche senza una consapevolezza letteraria. Insomma, quello che colpisce nel romanzo è la ricchezza degli elementi narrativi profusi a piene mani dallo scrittore dando il meglio di sé stesso. Le minuziose descrizioni dell’ambiente ci danno l’impressione di essere seduti nella prima fila del cinema: questa cinematograficità è un vantaggio assoluto del libro che permette a tutti di vedere con gli occhi dell’autore i paesaggi nei quali si svolge la storia e che lo scrittore conosce di persona. E in un certo senso la grandezza del libro sta anche in questa immediatezza: offre una permeabilità culturale ai lettori di ambedue i paesi. Oltre ai ricordi dell’infanzia riguardo all’Italia degli anni settanta ─ la descrizione della quale piuttosto per i lettori ungheresi può essere oltremodo interessante ─, lo scrittore immortala a livello letterario l’effimero fenomeno naturale dell’Ungheria: la fioritura del Tibisco, la quale in una scena affascinante viene elevata a un significato esistenziale di valore comune. In ultima istanza si tratta di un romanzo italo-ungherese che rappresenta una nuova fase a livello dei legami culturali dei nostri paesi.