Ester Saletta – (Signori del vento/Lettere da Ulcisia)

Signori del Vento/Lettere da Ulcisia

Da Shelley alla Dickinson, da Neruda a Garcia Lorca, da Montale a Gatto, da David Friedrich a Turner. Il motivo lirico del vento, come cornice naturale paesaggistica, nonchè preludio musicale evocativo alla nascita dell’ispirazione poetica, è stato componente artistica per eccellenza nel panorama del Romanticismo, sia letterario che pittorico, e delle sue più svariate correnti di pensiero derivative.
Rievocare il vento, in quella sua dimensione Wordsworthiana, di dispensatore di energia interiore creativa, che trova nel verso poetico la sua massima espressione, significa anche ripercorrere la tradizione di un Io lirico che, sebbene esistenzialmente solitario, è però, comunque, proiettato e spinto passivamente dal vento della conoscenza e dello Streben Stürmeriano dell’ Urfaust Goethiano verso orizzonti di vita variegati, dinamici, in perpetuo moto ondoso, oscillante fra l’Heideggariano Dasein e il Derridariano decostruzionismo del Vattimiano realtivismo globalizzante del PostModernismo.
Stiamo parlando del Wanderer del Nachtlied di Goethe, che aspetta in pacifica contemplazione il sopraggiungere della leopardiana “quiete dopo la tempesta” e che si disseta alla fonte illusoria dell’onirico ricordo di un passato eternamente presente, ma pur sempre troppo remoto per potere essere rivissuto.
In balia del procelloso mare di ciò che fu, il viandante lirico, sospinto dal turbinio disordinato di un vento impercettibile, vaga “su l’orme che vanno al nulla eterno; e intanto fugge questo reo tempo, e van con lui le torme delle cure onde meco egli si strugge” e mentre assapora la pace di una sera come tante altre “dorme quello spirito guerriero ch’entro mi rugge”. Sulla scia del romantico riappropriarsi del poetare come vagabonda “corrispondenza d’amorosi sensi” fra Io e Natura, fra Ieri e Oggi, fra Sogno e Realtà, anche le due raccolte di poesie, opera dell’abruzzese Dante Marianacci, rievocano con pennellate precise, essenziali, statiche e dinamiche quelle dimensioni interiori che fanno di Marianacci un Rilke postmoderno.
Contraddittorio ed incessante, sia per Rilke che per Marianacci, è l’anelito di separarsi dagli affetti più profondi della terra natia, onde potersi confrontare con l’Altro, e bramare contemporaneamente al solipsistico estraneamento, che è fonte suprema della capacità di espressione che coglie la dolcezza di un sentire, costantemente minacciato, dal dissidio interiore e dalla latente consapevolezza di essere soli e stranieri di fronte ai tormenti del vivere. Non a caso si legge in Lontano dal mondo: “Questo vagare senza meta tra alberi stranieri/e antiche tombe di ignoti eroi/che quasi allontanano dal mondo/ti fa sentire più breve il soffio della vita.//Poi un vento improvviso e violento/ti ridesta, e rovescia da un cespuglio/nel pianoro sovrumani sospiri/come di un amplesso che infinito duri/alle grazie del sole.” (p.84)
Sia in Signori del vento che in Lettere da Ulcisia si è travolti dalla melodia, dolce e soave, ma anche amara ed aspra, di un valzer di emozioni struggenti ed appassionate, che si muovono ritmicamente sulle note della “vuota pienezza” di un Io deluso, tormentato dalla perdita della certezza dell’Essere. Quello del Marianacci lirico è un grido di dolore, è un lamento alla Munch, che lascia senza fiato e raggela, ma anche che riscalda e ritempra lo spirito affaticato di chi ha vissuto e continua a vivere nella speranza di ricongiungersi all’Uno Hegeliano.
Agli echi Rilkiani di angeli tremendi, al confine fra Divino e Demoniaco, specchi della Bellezza del Creato, ma pur sempre indifferenti alle sofferenza degli umani, svilite marionette e decadenti saltimbanchi, Marianacci contrappone una sapiente rivisitazione del topos degli amanti, già caro a Rilke nelle sue Elegie Duinesi.
“Soltanto noi da tutto passiamo, come un’aria che cambia” scriveva Rilke nella seconda elegia a conferma di come l’amplesso amoroso di due corpi, fusi all’unisono del loro sentire, sfidi l’eternità seppur nel momentaneo, illusorio esperire di avere messo a dura prova l’invincibilità dell’Angelo. E anche per Marianacci poesie come Senza parole e Dopo l’ultimo vento riportano il pensiero alle scene appassionate di un incontro amoroso, immerso nel pudico candore della giovinezza e nella semplicità di un paesaggio agreste, sfiorato dalle complici ombre della sera oppure sferzato dal vento e arso dal sole cocente. In quei brevi istanti, in cui “non vinceva mai allora la malinconia/lo struggimento delle notti insonni” (p.168), l’ “immenso latrato/di tutti i cani bastonati del mondo” (p.90), a cui anche quello dell’Io lirico di Marianacci appartiene, sembra venire a patti con “il miraggio/di placidamente addormentarsi e morire/come fosse quello il destino più bello/di un uomo solo” (p.82).
Ma la realtà dell’Io poetico di Marianacci è ben altra. Non è quella ricorrente del sogno mitigatore, bensì quella dura e spoglia di riuscire a metabolizzare il ricordo come fosse l’epiphany di Joyce. Solo così, infatti, quella disperata ricerca esistenziale, magistralmente descritta dai versi di Marianacci in Madre, potrà approdare al porto della quiete primordiale.

I fiori del Tibisco

Con I fiori del Tibisco il poeta abruzzese Dante Marianacci diventa prosatore, romanziere non rinnegando, comunque, il suo sentire lirico, che affiora discreto fra le righe della narrazione.
Le vicende esistenziali di Giorgio, uomo di mezza età, in carriera, che si ritaglia una “pausa di riflessione” nella solitaria quiete di un casolare nella campagna abruzzese, sono ripercorse dalla penna di Marianacci con attenta e puntigliosa capacità descrittiva, che non disdegna di zoomare sia sulla geografia dell’ambiente naturale sia su quella più intima dei ricordi di Giorgio e del suo vissuto.
Ne esce un misto di spaccato di vita semplice, di un tempo lontano, che sapeva godere dei sapori e delle piccole emozioni di un fanciullino Pascoliano, mai stanco di gioire di fronte alla ricca povertà di una sagra paesana, di una corsa mozzafiato nei campi o di un pellegrinaggio scolastico ad un santuario fuori mano. Si tratta del recupero della genuinità propria del vivere rurale dell’Italia del Centro-Sud, dei sapori delle sue tradizioni che, nonostante necessarie nel processo di costruzione identitaria di Giorgio, cozzano inesorabilmente e stridono, perché provinciali, limitate e limitanti, se messe a confronto con l’esperienza di vita intellettualmente multiculturale del protagonista viaggiatore.
Rifuggire dal mondo della quotidiana routine, fatta di discorsi, incontri, riunioni e appuntamenti, dove conta più l’apparire che non l’essere, significa per Giorgio ricucire il rapporto, bruscamente spezzato, con la propria dimensione interiore, che torna ad essere prepotentemente percepibile solo se a contatto con le proprie radici. E così il protagonista di I fiori del Tibisco si tuffa nel mare dei suoi ricordi, che spaziano dagli anni dell’infanzia a quelli dell’adolescenza e della più vicina maturità.
La dinamica della recollection, da intendersi in Marianacci emulativa di quella del primo Romanticismo inglese delle Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge, viene improvvisamente interrotta dall’arrivo inaspettato di un elemento esterno, apparentemente di intrusione, di destabilizzazione dell’ordine costruito a fatica da Giorgio. E’ la giovane Marianna, dal “corpo minuto, perfetto, levigato, un poco olivastro, disseminato di piccoli nei, che si muoveva con disinvoltura” (p.103), con cui Giorgio condividerà un amplesso amoroso inebriante sulle acque del Tibisco. Ma sarà proprio da quella esperienza che Giorgio si riscoprirà rinnovato e ritemprato, nuovamente pronto a sfidare le burrasche della sua vita in giro per il mondo.
Romanzo, intenso, che merita una lettura tutta d’un fiato, perchè travolge il lettore con il suo lessico, al confine fra lirica e prosa, e lo trasporta nei meandri nascosti e tumultuosi di un Heart of Darkness alla Conrad.
Anche in questa sua seconda prosa romanzesca, Marianacci si è dimostrato grande conoscitore dei segreti più reconditi dell’animo umano e li ha saputi mettere a nudo con quella sapiente ricerca del particolare, mai superflua o pedantemente invasiva, che contraddistingue anche la sua produzione poetica.

Ester Saletta